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di Andrea Cittadini

C

i sono persone che non amano le

luci della ribalta. Understatement è la

parola d’ordine. Nel loro ambito la-

vorativo spesso sono figure chiave: fon-

damentali per arrivare al raggiungimento

di obiettivi importanti. Sono specialisti

concreti, efficaci, stimati dagli addetti ai

lavori. Ebbene John Gentry è il loro cam-

pione. Un mito per gli appassionati di mo-

tori, perché ha lavorato per molte squa-

dre, vivendo i mutamenti della F.1 dal 1970

a oggi. Gentry non è solo questo però,

dato che la sua poliedricità lo ha portato

anche a vincere nel Motomondiale. Così

come si contano sulle dita di una mano i

piloti che hanno gareggiato in entrambe

le discipline, lo stesso discorso si può fare

per un progettista e ingegnere di macchi-

na, i ruoli che ha ricoperto nella sua car-

riera. Lo incontriamo a Monza, dove ormai

capita spesso, visto che è responsabile

del corso per Ingegneri di Pista tenuto

dalla Motorsport Technical School, l’unica

scuola specializzata per professionisti del

settore. “Non avevo mai insegnato prima.

E’ bello poter mettere a disposizione dei

giovani le proprie conoscenze e Monza

è il luogo perfetto per questa scuola”. La

sua carriera comincia nel ’66 alla AC Cars,

che prosegue l’attività della Cobra, fino a

quando Robin Herd nel ’70 lo chiama alla

March nel suo staff di progettisti. Dal ’73

all’80 fa parte di squadre evocative come

Fittipaldi, Tyrrell, la Shadow di Don Nichols,

l’ATS di Gunter Schmidt. “Mi ricordo che

Robin Herd mi affidò il compito di conver-

tire le Penske in ATS. Andai con lui in Sud

Africa, e durante il week-end mi comunicò

che aveva intenzione di lasciare l’incarico,

quindi la responsabilità del lavoro passa-

va di punto in bianco a me. I piloti princi-

pali erano Mass e Jarier e quello fu il mio

debutto come responsabile tecnico di un

team”. Gli chiediamo come era veramente

Schimdt, che aveva fama di duro: “Era una

brava persona. Eccentrica, geniale, a volte

collerica, ma non serbava rancore. Anzi ti

dava fiducia e spesso ha aiutato persone

che poi non lo hanno ripagato con la stes-

sa correttezza. Ha raccolto meno di quanto

meritasse in F.1 anche se con la RIAL poi

ha avuto qualche soddisfazione”. E del-

la Shadow cosa possiamo raccontare? E’

vero che Nichols aveva legami con la CIA?

“Questa è una leggenda metropolitana

che si sente ancora oggi. Da quello che so

io, probabilmente ci fu solo una collabora-

zione tecnica per la realizzazione di un vei-

colo ad uso militare”. Con la Shadow visse

la stagione di De Angelis e Lammers nel

’79, poi quella con Kennedy e Johansson

a inizio ’80. Una delle pagine più importan-

ti della sua carriera si svolse alla Toleman

dall’80 all’84: “Fu una grande esperienza.

Lavoravo con Rory Byrne (Gentry è stato

padrino della figlia di Byrne). Vincemmo il

titolo in F.2 finendo ai primi due posti con

una macchina fantastica, poi in due anni

sviluppammo un team di F.1 che fu suc-

cessivamente rilevato dalla Benetton. Lì

iniziò il mio rapporto speciale con Derek

Warwick, ma nel team corsero anche Hen-

ton, Fabi, Giacomelli, Johansson, Martini,

Cecotto che era potenzialmente un gran-

de talento, e Senna”. La Toleman TG280 di

Warwick vinse la gara di F.2 non valida per

il campionato, che venne organizzata a

Monza in settembre al posto del G.P di F.1,

“scippato” da Imola. In giugno corsero in-

vece a Monza le F.1 del Campionato Auro-

ra. Durante il 1984 Gentry va all’Autodelta,

come capo progettista, ma l’Alfa sta gra-

datamente uscendo dalla F.1. La squadra è

gestita dall’Euroracing di Antonio Pavanel-

lo, schiera Patrese e Cheever, ma i risultati

non arrivano. Gentry capisce tutto e quin-

di lascia la compagnia e si accorda con la

Renault, raggiungendo Warwick e Tambay,

fino a quando la Casa della Losanga non

si ritira come costruttore dalla F.1 per rima-

nervi solo come motorista. Nel 1986 Gen-

try firma per la Brabham, dove dovrebbe

lavorare con Piquet, che però poi sceglie

la Williams. Purtroppo vive la morte di

Elio De Angelis al Paul Ricard, e quando

ripensa a questo episodio, si commuove

vistosamente. Segue ancora Warwick e De

Cesaris nell’87; Patrese e Modena sono gli

altri driver della squadra in questo bien-

nio. Nel 1988 torna alla Benetton (ex-To-

leman) come responsabile del test team,

per seguire Boutsen e Nannini e sviluppa-

re le sospensioni attive. Poi la grande svol-

ta: passa alle due ruote, nel team ufficiale

Suzuki GP nella classe 500, come team co-

ordinator, con piloti come Kevin Schwanz,

Ron Haslam, Kevin Magee e Niall MacKen-

zie. “Il mio passaggio in 500 fu casuale.

Conobbi in aeroporto Garry Taylor, team

manager della squadra, e così, parlando

rispettivamente delle proprie attività mi fù

chiesto di lavorare per loro. L’inizio fu dif-

ficile: ci vollero 6 mesi per farmi accettare

dall’ambiente delle due ruote”. Nel ’91 una

nuova parentesi in F.1 con la Leyton Hou-

se di Capelli, Gugelmin e Wendlinger, per

rimpiazzare Herd, ma le disavventure giu-

diziarie del patron Akira Agagi, riducono

la competitività del team. Così Gentry ac-

cetta nuovamente una chiamata nel Moto-

mondiale nel ‘92, gestendo le Yamaha del

Team Roberts di John Kocinski e poi Luca

Cadalora, che coglie il primo successo in

500 a Donington ’93 (“ma doveva vincere

Rainey, che lottava per il titolo e si arrab-

biò un po’…”), conquistando un Mondiale

JOHN GENTRY: MAESTRO DI PASSIONE

T E CN I CO PROTAGON I STA I N F . 1 E NE L MOTOMOND I AL E

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