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KERB 2.13

L

a collezione di Corrado Lopresto è incredibile e ha un gran-

de fascino, perchè ingloba - tra i tanti pezzi unici - anche

prototipi di stile mai andati in produzione, oppure vetture

che hanno portato un marchio con un blasone importante, in at-

tesa di una rinascita mai avvenuta. Come nel caso di questa Isotta

Fraschini T8. Abbiamo chiesto al designer Tom Tjaarda, che fu

coinvolto nel progetto, alcune informazioni sull’auto. Si tratta di

una cabrio 2+2 con hard top disegnata originariamente da Luigi

Porta, poi completata dalla Italdesign e presentata al Salone di

Ginevra nel 1996. Fu presa in carico da Tjaarda nel 1998, che ridi-

segnò le forme definitive della carrozzeria in alluminio. Rispetto

alla prima vettura, di colore rosso, Tjaarda modificò la coda, in-

clusi bagagliaio e fanali, e intervenne anche nella parte anterio-

re. Meccanica e motore erano Audi. L’azienda aveva approccia-

to la Casa degli Anelli per un collaborazione tecnica e realizzare

5.000 vetture da vendere in Europa e negli Stai Uniti. Però dopo

una visita in fabbrica di Ferdinand Piëch, la marca tedesca decise

di non proseguire la collaborazione; di lì a poco tempo, avrebbe

acquistato la Lamborghini. All’Isotta si decise così di adottare i V8

Ford di derivazione Mustang. In totale, esistono quattro esem-

plari della T8: due con motore Audi A8 4.2 da 300 CV (la prima

rossa e quella gialla oggetto del servizio) e due con motore

Ford (entrambe di colore blu ma con interni nero e cuoio). In

azienda era rimasta anche una maquette non verniciata. Tjaar-

da la recuperò e la trasformò nella coupé a quattro posti T12 di

colore argento dotata di motore Audi 12 cilindri, che venne pre-

sentata al Salone di Torino e in quello di Parigi sempre nel 1998,

assieme a una T8. Si trattava di un modello di stile in scala 1:1,

anch’esso ora in possesso di Corrado Lopresto, il quale avrebbe

anche voluto renderlo funzionante, ma questa operazione avreb-

be richiesto un costo davvero esorbitante e quindi si è lasciato

perdere. Come si era arrivati a questo progetto? Il marchio era

stato acquistato da Giuliano Malvino, già a capo della Rayton

Fissore di Cherasco che aveva costruito i fuoristrada (all’epoca

non si chiamavano SUV) Magnum, che ebbero un discreto suc-

cesso – anche in dotazione alla Polizia - e che anticipavano alcuni

contenuti di oggi. Malvino rilevò il marchio nel 1993 e decise di

produrre una vettura di alta classe e grandi prestazioni da desti-

nare ai mercati stranieri dove Isotta Fraschini godeva ancora di

buona fama. Ottenne contributi pubblici legati alla creazione di

aziende al sud e per avviare la produzione, rilevò un’ex-fabbrica

di missili della Oto-Breda a San Ferdinando (RC), da dismissione

EFIM, ente di partecipazione statale nella meccanica. In realtà la

produzione non partì mai, quindi nel 2000 l’avventura si concluse

drammaticamente con l’arresto di Malvino per reati finanziari. Di

recente, Malvino è stato coinvolto in un altro caso analogo le-

gato alla chiusura della nuova De Tomaso. A prescindere dalla

vicenda giudiziaria, la vettura di per sé non era male ed era già

stata provata positivamente da giornalisti stranieri. L’Isotta Fra-

schini non meritava così triste sorte, e a rendere omaggio alla

sua nobiltà ci pensa una bella mostra a cura del Museo Nicolis

a Milano al Palazzo della Ragione. Un po’ di cenni biografici: la

“Società Milanese di Automobili Isotta Fraschini” nacque proprio

a Milano nel 1900, fondata da Cesare Isotta e dai fratelli Vincen-

zo, Oreste e Antonio Fraschini, e divenne in pochissimo tempo

il maggior produttore italiano di vetture di lusso. Sin dagli inizi