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KERB 2.13
il 20 maggio 1977: avrei potuto assistere
alla più spettacolare e famosa corsa del
mondo. Se ho vissuto quei lunghi esaltan-
ti momenti, lo debbo alla sensibilità di un
carissimo amico e di un grande campio-
ne: Clay Regazzoni. Grazie Clay! Giulio”.
Queste sono invece le parole di Clay:
“Giulio, oltre ad essere stato il capomec-
canico della mia squadra, è un amico,
un “fedele”. Con me ha gioito e soffer-
to durante la mia permanenza in Ferrari.
Amava lui stesso collaudare le vetture,
dare l’ultimo tocco con molta cura e pre-
cisione. Lo ricordo, quando ancora non
esisteva la pista di Fiorano, dopo ogni
revisione delle vetture, girare sull’acciot-
tolato del cortile interno della fabbrica,
a Maranello, per il primo rodaggio. Clay
Regazzoni”.
BORSARI RICORDA FANGIO
“Quel 4 agosto al Nürburgring, noi della
Maserati utilizzavamo pneumatici Pirelli,
i migliori, ma che non coprivano l’intera
distanza. Ferrari, invece, aveva gomme
Englebert che duravano per tutta la cor-
sa. I giri in programma erano 22, Fangio
doveva dunque fermarsi a metà gara
per il cambio. Decidemmo di farlo par-
tire con metà serbatoio, per sfruttare il
minor peso rispetto alle Ferrari; avrebbe
dovuto costruirsi un vantaggio sufficien-
te a tenere la testa anche dopo la sosta
ai box. Al via scattarono Mike Hawthorn
e Peter Collins, poi dopo due giri Fan-
gio andò al comando, fermandosi come
previsto al dodicesimo passaggio. Du-
rante la sosta, ecco l’inconveniente! Nel
cambiare le ruote posteriori, il gallettone
di quella destra rotolò via e finì sotto la
macchina. Una volta inserita la gomma
nuova, il meccanico Manni non lo trovò
più! Io normalmente facevo il rifornimen-
to di benzina, ma in quell’occasione se
ne stava occupando Guerrino Bertocchi,
il capo-meccanico Maserati. Insomma,
io ero lì intorno, fortunatamente lo vidi
e urlai: “il gallettone, il gallettone!”. Fan-
gio ripartì dopo 54-55 secondi, trenta in
più del previsto! Infatti mediamente ne
servivano 20-22. Mancavano dieci giri,
e doveva recuperare quasi un minuto.
Quella, credo sia stata, come poi lo stes-
so pilota argentino ha confessato in va-
rie occasioni, la corsa dove ha rischiato
di più, perché recuperare 10-12 secondi
in un giro al Nürburgring significava an-
dare alla disperata. Lì ha dimostrato e ha
fatto vedere quello che era: il Maestro.
Di mondiali ne aveva già vinti quattro.
Ne aggiunse un quinto. Giulio Borsari”.
Nell’altra pagina in alto nella foto, in partenza
per il G.P. del Sudafrica nel 1971.
©Photo D. Simon
©B. Cahier
©B. Cahier
©B. Cahier
©collezione L. Malavolti




