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a sinusoide inscritta nel giardino dei nostri di-

vertimenti, interseca nomi di grandi piloti, evo-

ca circuiti divenuti leggendari, marche di auto-

mobili rimaste meteore come remore sulle fiancate

di vetture consacrate al mito. Un caleidoscopio rab-

bioso di immagini, ora in bianco e nero, ora a colori,

per avvicinarci alle emozioni più profonde. Vibrazio-

ni intense come lo scarico laterale di una Cobra o

sommesse come il gorgoglìo velato di un diesel

moderno da competizione. Insomma brividi di ecci-

tazione sparati sui vostri avambracci. E’ nelle corse

di resistenza che si sono, da sempre, concentrati gli

interessi primordiali dell’industria automobilistica,

per dimostrare come il proprio prodotto sapesse

correre veloce mantenendo una affidabilità duratu-

ra. La lunghezza nelle corse di durata, affievolisce

l’interesse durante la svolgimento della manifesta-

zione, ma è proprio in quel frangente che gli abili

venditori, approfittando della situazione, imboni-

scono gli spettatori in attesa delle battute conclusi-

ve sulla linea del traguardo, e puntuale come i sal-

moni che risalgono i fiumi, ecco la notizia della

vittoria magnificata dai giornali. Bravo il pilota, ma

senza quella tal macchina non avrebbe ottenuto

quel risultato. Inevitabile se disquisiamo di enduran-

ce, arrivare a nominare due circuiti, quelli che da più

tempo ospitano questo genere di disfide. Sul conti-

nente americano il Sebring Raceway in Florida, cele-

bre per il suo rettilineo ancora oggi lastricato di ce-

mento, con il suo profumo di aranceti tutto intorno,

così diverso dal suo alter ego francese: il mito per

eccellenza, il circuito della ventiquattro ore, Le Mans.

Vincere su entrambe le sponde dell’Atlantico ha pe-

rennemente significato l’olimpo della specialità, in-

fatti scorrendo il libro dei record, mai si trovano

nomi capitati per caso. Ci sono stati anni nei quali le

differenze regolamentari di campionati diversi, han-

no evidenziato vincitori non accomunabili, ma co-

munque si tratta di vetture e piloti dal blasone incan-

tevole. Il primo pilota ad imporsi in entrambe fu

Mike Hawthorn sulla Jaguar tipo D nel 1955. Durante

APPUNT I DI UNA CONVERGENZA

V I NC ERE NE L L O ST E SSO ANNO S E BR I NG E L E MANS : NE L L ’ O L IMPO D E G L I D E I

l’inverno precedente, vennero eseguiti numerosi

test per lo sviluppo delle vettura sport e controbat-

tere così all’offensiva tedesca che la Mercedes Benz

si apprestava a schierare con le velocissime 300 SLR.

Persino una speciale cera da applicare ai portanu-

meri per aiutare lo scorrimento dell’aria sul corpo

macchina. Vennero approntate otto vetture da affi-

dare alle scuderie dei clienti privati, una di queste,

quella dell’americano Briggs Cunningham riuscì ad

imporsi alla 12 Ore della Florida. Hawthorn ritornato

sotto i colori British racing green del team ufficiale,

per la ventiquattrore della Sarthe, stabilì anche il re-

cord sul giro, alla velocità di 196,96 km all’ora prima

di venire coinvolto nel tragico incidente di Levegh,

superato il quale, aggiunse il terzo sigillo Jaguar a

Le Mans. Un sublime capolavoro, l’arte del maestro

Scaglietti da Modena avvolge una delle Ferrari fra

le più desiderate ancora oggi, la 250 Testa Rossa

1958. Nessuno profeta in patria, sancisce il motto, ma

l’americano di Miami, Phil Hill, saluta tutti e vince la

sua prima classica a Sebring, ripetendosi solo pochi

mesi dopo in Francia. E la Ferrari conquista il suo

quinto Campionato del Mondo per Marche. Passa-

no solo pochi anni per la prima vera opera omnia, la

medesima coppia di piloti vincenti in entrambe le

corse. Ancora una Ferrari Testa Rossa, questa volta

nella versione 1961 e ancora Phil Hill, coéquipier

dell’impresa il belga Olivier Gendebien. Ennesimo

tassello di un altro Campionato Mondiale vinto da

Ferrari. Se negli anni cinquanta la casa di Maranello

ha gettato le basi per la costruzione del mito, nel

decennio successivo lo ha consolidato con una lun-

ghissima serie di vittorie sia nella categoria sport

che in quella gran turismo, nomi di vetture diventate

icone dell’immaginario collettivo. In quegli anni ru-

spanti, quando la parola simulatore era una profon-

da offesa all’interno dell’area di rigore avversaria,

testare le nuove vetture significava macinare chilo-

metri miscelando l’acre sudore della fronte con

quello della benzina, specie se la pista era Sebring.

Alla spedizione del 1963 una giovane coppia di ita-

liani vince il jackpot e se il promettente Bandini non

finisse ingarbugliato con la nuova formula uno da

sviluppare, forse sul podio alto di Le Mans, a giu-

gno, si sarebbe confermato assieme a Scarfiotti. In-

vece il destino questo giro sorrise all’inglese John

Surtees, un motociclista eccelso prestato alle quat-

tro ruote dove è stato ugualmente grande. Una nuo-

va logica guida la composizione delle squadre: la

rotazione centrifuga dei nomi, un’intimidazione

nemmeno tanto subliminale per affermare che la

vettura sovrasta il valore del pilota e che invertendo

l’ordine degli addendi il risultato non cambia. Mac-

china che vince non si tocca… ma si modifica. Così

nell’anno successivo, il 1964, l’ordine perentorio è

l’aumento di cilindrata e la 250 diventa 275, ma non

perde il vizio della doppietta, anche se i piloti sono

avulsi da questo ragionamento; Parkes e Maglioli a

Sebring, si alternano con Vaccarella e Guichet a Le

Mans. Scacco matto al Re, per la prima volta una

casa automobilistica consegue la doppietta per

due anni successivi. Fino a quando sbarcano gli

americani e al momento la luna non centra nulla: “…

notti di follie , insieme a te , a Detroit …” cantava nel

1967 Fred Bongusto, e non si riferiva certo allo sforzo

economico e sportivo messo in campo dal gigante

Ford. E’ noto come il rifiuto a vendere l’azienda da

parte di Enzo Ferrari, provocò a Dearborn, nel quar-

tier generale di Detroit, una reazione adirata: era

necessario umiliare sul suo stesso terreno di gioco,

il piccolo costruttore di Maranello. L’icona america-

na per eccellenza di quegli anni era senza dubbio

Carroll Shelby, il quale dopo aver coagulato intorno

al progetto i migliori collaboratori legati al marchio,

scaldò i muscoli a Sebring nel 1966, portando alla

vittoria un modello denominato MK II roadster, pre-

figurazione di quella GT40 MKII che pochi mesi

dopo a Le Mans si piazzò prima seconda e terza:

parata e prova di forza prorompente, la dimostra-

zione che l’onta era stata lavata. Prima Ferrari al tra-

guardo, giunse la 275 GTB/C del team Maranello

Concessionaries, ottava. L’orchestra concede il bis:

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di Stefano Iori - Foto HCMedia, Ferrari, Sebring Raceway,